La morale è sempre quella

La crisi non fa a tutti lo stesso effetto.

70 manager di American International Group (AIG), a cui la banca centrale americana ha appena concesso un prestito straordinario di 85 miliardi di dollari per salvarla dal fallimento, si concedono una «vacanza premio» da 440 mila dollari qualche giorno dopo, con tanto di partite di golf e massaggi.


Mentre la società Lehman Brothers licenziava i suoi dipendenti a centinaia in giro per il mondo, questi ultimi subivano la beffa oltre l’inganno: titolari di un terzo delle azioni della loro società con cui sono stati pagati per anni i loro stipendi, vedevano svanire nel nulla non solo lo stipendio del mese di settembre, ma anche...

 

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Crescita e occupazione: inganno sociale

"Soltanto la crescita crea occupazione". Da anni martellata da tutti i mezzi di comunicazione l’idea è diventata una verità indiscutibile. A tal punto che risulta quasi difficile credere che gli ultimi cinquant’anni abbiano dimostrato proprio il contrario.

 

Nei quasi cinque decenni che vanno dal 1960 a oggi, l’economia italiana ha creato circa quattro milioni di posti di lavoro. In termini percentuali il numero degli occupati è cresciuto del 19%, cifra che sebbene sembri fallimentare rispetto alla prestazione dell’economia statunitense (+118%) rimane comunque migliore di ciò che è stato fatto in Gran Bretagna (+18%). Più sorprendente è invece la crescita del Prodotto Interno Lordo: il PIL nostrano sfoggia un ragguardevole +292%, cifra di tutto rispetto se comparata al +362% ottenuto oltreoceano.

Anche l’osservatore più distratto avrà colto l’incoerenza di queste cifre: come è possibile che due economie che dopo tutto sono cresciute in modo comparabile abbiano creato occupazione in modo cosi’ diverso?

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La questione retributiva

Fra il 1986 e il 2006 in Germania, i salari netti sono aumentati di... 5 Euro [1], mentre in Francia, incalzato sul potere d’acquisto delle retribuzioni dai giornalisti durante una conferenza stampa, Nicolas Sarkozy non ha potuto evitare di confessare la sua totale impotenza [2]. In Italia le cose non vanno certo diversamente...

 

Ultimo atto (incompiuto) del governo Prodi II è stata la questione retributiva. In periodo di rinnovo nonché di «riforma» dei contratti, un impulso inaspettato alla discussione è stato dato dalla Banca d’Italia: prima con una dichiarazione dell’ottobre scorso [3], in cui Mario Draghi non esitava a giudicare “troppo basse” le retribuzioni in Italia e poi con l’indagine sui bilanci delle famiglie nel 2006 che evidenziava la sostanziale stagnazione dei salari reali dal 2000. Riassumendo i termini della questione, il discorso della Banca d’Italia e di Confindustria (ma anche di numerosi rappresentanti sindacali) si articola in due punti:

  • le retribuzioni in Italia sono inferiori a quelle degli altri più importanti paesi industrializzati
  • dall’inizio degli anni 2000 (introduzione dell’euro), ma qualcuno si spinge anche fino al 1992 (abolizione della scala mobile) le retribuzioni sono rimaste invariate o, al più, hanno subito lievi aumenti in termini reali.


Quota di PIL destinata ai salari - Tasso di disoccupazione

Fonte: base di dati dell’Unione Europea AMECO

 

In entrambi i casi l’analisi “nazionale” del problema condiziona fortemente il ventaglio delle soluzioni possibili: così Romano Prodi (sostenuto a gran voce dalla Sinistra dell’ex Unione) poteva facilmente presentarsi come salvatore della Patria dichiarando, qualche giorno prima della caduta del suo governo, che il momento dello sviluppo era arrivato: grazie al cosiddetto «tesoretto», una consistente riduzione delle tasse sul lavoro dipendente avrebbe rinvigorito una dinamica salariale ormai quasi piatta. Insomma sembrano lontani i tempi in cui Carlo Azeglio Ciampi attaccava senza sosta gli eccessivi aumenti del costo del lavoro. Improvvisa presa di coscienza o sottile strategia politica?

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Le origini del debito pubblico

Benché da quasi trent’anni il debito pubblico condizioni pesantemente il discorso e l’agire politico in Italia, il silenzio permane sul processo storico che portò ad una tale accumulazione di passività. Eppure, non vi è niente di più istruttivo riguardo alla vita politica italiana...

Nel dicembre del 2002, Michele Salvati, padre del futuro Partito Democratico, scriveva su Repubblica: in seguito a “le grandi rivendicazioni operaie e studentesche, più in generale le turbolenze sociali, della fine degli anni ’60 e dell’inizio degli anni ’70 [...] inizia [...] una rincorsa inflazione-svalutazione di una intensità e di una durata che nessun altro Paese serio conosce, alla quale si aggiunge una serie ininterrotta di disavanzi di bilancio che rapidamente dà origine ad un debito pubblico di dimensioni allarmanti”.

 

Debito pubblico in percentuale di PIL

Fonte: Base informativa pubblica della Banca d’Italia 

 

 

La spiegazione delle origini del debito pubblico è ormai accettata e interiorizzata dall’opinione pubblica: in un paese poco "serio", "i ceti dirigenti pubblici" non riuscirono (o non vollero) "ricondurre rapidamente a ragione, nei limiti delle risorse disponibili" le spese sociali derivanti dalle contestazioni giovanili e operaie. E’ quindi dimostrato il legame di causa-effetto fra l’aumento delle spese sociali e il debito pubblico. La teoria è raramente accompagnata da cifre che ne mostrino l’evidenza...

In Italia, il rapporto debito/Prodotto Interno Lordo (PIL) si trova nel 1980 al 60%: la media dei paesi dell’Europa a 15 oscillerà attorno a questa cifra per tutto il ventennio successivo. Così non sarà per il nostro paese: gli anni Ottanta videro una progressione costante del debito fino a raggiungere nel 1994 il 121.5% del PIL. Allo stesso modo, gli anni Ottanta furono un decennio di grandi disavanzi: questi viaggiarono su una media del 10.7% del PIL contro il 4% dei paesi dell’Europa a 15, cioè poco più di un terzo. E’ quindi vero che furono le spese e i conseguenti disavanzi di bilancio dello Stato a spingere il debito verso l’alto?

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